Gli approfondimenti archeologici: introduzione e diffusione del pollame in Italia

Dall’età del ferro al medioevo: introduzione e diffusione del pollame in Italia

Le prime attestazioni della domesticazione del gallo si hanno in Cina già nel VI millennio a.C. negli insediamenti del Neolitico antico. Dai centri di prima domesticazione, questo uccello raggiunse dapprima l’Asia centrale e successivamente il Vicino Oriente e di qui l’Europa (Weste Zhou, 1988). In Italia la presenza di questo animale in contesti preromani è sempre sporadica. Per quanto riguarda l’età del Bronzo si ha notizia di resti di gallo domestico trovati nelle terramare di S. Ambrogio e Gorzano e nell’abitato di M. Castellaccio presso Imola (Scarabelli, 1887; De Grossi Mazzorin, 1996 a) tutti scavati per lo più nell’800.

Purtroppo si tratta di rinvenimenti in vecchi scavi che necessiterebbero di ulteriori verifiche; molti di questi materiali sono andati dispersi e le segnalazioni spesso si riferiscono a gusci di uova che dovrebbero essere riesaminate secondo metodologie moderne come l’esame al microscopio a scansione per verificare la loro corretta attribuzione a livello di specie (Sidell, 1993).

Tuttavia è in pieno periodo etrusco che si ha con certezza la diffusione di questo animale. In Etruria sono presenti raffigurazioni di galli nelle pitture parietali di diverse tombe, come ad esempio nella tomba del Triclinio o del Gallo (V sec. a.C.) a Tarquinia.

Da quanto appena esposto si può notare come la presenza di resti ossei di gallo in contesti abitativi sia documentata in fasi cronologiche molto più tarde rispetto a quelle dei contesti sepolcrali e spesso, come ad esempio nelle necropoli padane, si tratta di segnalazioni del secolo scorso che necessitano di ulteriori verifiche.

L’ingente quantità di resti faunistici analizzata nel corso degli ultimi anni in contesti urbani e suburbani della città di Roma permette, allo stato attuale delle conoscenze, un primo tentativo di valutazione di quale fosse il consumo di carne di questo animale rispetto alle altre principali categorie di animali domestici. Fino a tutto il III secolo a.C. i resti di pollo rinvenuti negli scavi archeologici sono sempre abbastanza sporadici, solo dal pieno periodo romano si ha una più ampia diffusione dell’allevamento del pollame anche se questo non incide mai in modo particolare sull’alimentazione. Infatti nel primo periodo romano-imperiale le percentuali di resti di pollo nei contesti urbani di Roma non oltrepassano mai l’8%.

Si tratta in genere di animali di piccole dimensioni simili a quelli rinvenuti nelle ville di Settefinestre (King et al., 1985) nel Grossetano e dei Quintili a Monteporzio. La ripartizione tra individui maschili e femminili indica di solito una prevalenza di questi ultimi. Ad esempio dalla presenza o meno dello sperone, caratteristica prerogativa dei galli, si è potuto risalire alla percentuale di individui maschili rispetto a quelli femminili dei livelli abitativi del Quirinale, databili al I secolo d.C.; questa era in rapporto di 1:3 a favore delle galline. In realtà non è rara la possibilità che le galline possiedano tale carattere maschile; il fatto viene menzionato già nell’antichità anche da Plinio e Columella che ne sconsigliano l’allevamento perché poco feconde e perché la presenza dello sperone può portare alla rottura delle uova durante la cova.

Per quanto riguarda invece la suddivisione per classi d’età si è visto che tre quarti delle ossa appartenevano ad individui adulti e le restanti a individui giovanili. Un leggero incremento nel consumo di carni bianche di pollo si nota nei livelli tardo- antichi della Meta Sudans in cui tale animale raggiunge il 10% circa.

Alla Crypta Balbi il pollame nel VII secolo registra un lieve calo percentuale, intorno al 7%. Tale diminuzione percentuale sembra accentuarsi ancor più nei secoli successivi dove i resti di questo animale non oltrepassano mai il 3%. Tuttavia questa percentuale è fortemente condizionata dal metodo di recupero dei resti. Infatti solo i livelli del VII secolo sono stati setacciati per intero per cui è stato possibile il recupero delle ossa di piccole dimensioni.

Il campione di VII secolo è quello più consistente e ha rivelato un rapporto galli: galline di 1:2,5. Inoltre quasi la totalità del campione era costituita da individui adulti; il 95% dei resti esaminati.

Si tratta in genere di animali di piccole dimensioni rispetto agli attuali, anche se, confrontati con quelli provenienti da diversi insediamenti romani delle province dell’Europa settentrionale e centrale, sembrano di dimensioni più grandi.

Si deve ricordare che oltre ad eccellenti carni bianche e uova per l’alimentazione il pollame poteva fornire piume per imbottiture e sterco per concimare i campi (Columella scrive che l’uso dello sterco di gallina è di ottima qualità per concimare i campi ed è secondo solo a quello raccolto nelle colombaie, Res Rustica, II 14.1).

La taglia del gallo in Europa centrale ed occidentale si evolve da quella piccola di età La Tène alle molto grandi romane sia dell’Italia che dell’area reno-danubiana fino a giungere a quelle modeste mediovali. Nella pianura padana e a Verona, Riedel e Rizzi (2000) hanno messo in evidenza come le dimensioni rimanevano importanti per tutto il Medioevo e analoghe a quelle romane, a differenza dei paesi a nord delle Alpi dove invece si manterranno o ritorneranno modeste.

Dalla fine del periodo imperiale, per tutto quello tardoantico si coglie un leggero aumento delle dimensioni che sembrano di nuovo diminuire nelle fasi alto- medievali.

E’ inoltre interessante notare che in alcune fasi sussistono probabilmente più razze. Nel VII secolo ci sono alcuni elementi femminili di dimensioni notevoli e viceversa nel campione del XII-XIII secolo esistono individui maschili di dimensioni piccolissime.

Purtroppo i dati sono ancora abbastanza scarsi e queste restano solo supposizioni che necessitano di ulteriori conferme.

D’altra parte già nel periodo romano è noto che coesistevano più razze di galline con caratteristiche morfologiche e produttive diverse. Columella infatti distingue tre varietà di galline: quella da cortile, quella selvatica e quella africana.

Consiglia quindi di comprare quelle di colore rossiccio o scuro con penne maestre nere. Sconsiglia l’acquisto di quelle bianche perché delicate e meno vivaci e scarsamente feconde. Columella sostiene inoltre che quelle migliori siano quelle che hanno 5 dita e che non hanno speroni sporgenti.

L’impiego del pollame nelle pratiche cultuali dei santuari o altri luoghi di culto preromani rimane un fatto estremamente episodico, almeno fino al pieno periodo ellenistico in cui si hanno le prime testimonianze consistenti dell’impiego di questo animale, come testimoniano i recenti rinvenimenti nel santuario etrusco di Monte Li Santi a Mazzano Romano (VT).

Un altro interessante caso di contesto cultuale caratterizzato dalla deposizione rituale di pollame è quello recentemente indagato sul margine orientale del pianoro. Tale pozzetto inizialmente utilizzato per il drenaggio delle acque fu probabilmente riutilizzato a scopo rituale come struttura ipogea di un qualche edificio di culto che doveva trovarsi nelle immediate vicinanze.

Di solito i campioni di resti ossei recuperati all’interno di strutture ipogee, come pozzi, cisterne o cunicoli presentano caratteristiche di riempimento, avvenuto a seguito dell’abbandono di queste strutture, che sono quelle peculiari di un vero e proprio “immondezzaio”, nelle quali a fianco di scarsi resti di “pasto”, quali ossa di bue, maiale, pecora, pollo, ecc., possiamo trovare anche carcasse più o meno complete di animali abitualmente non utilizzati per uso alimentare (per es. cani e cavalli) le cui ossa si presentano di solito integre e senza tracce di macellazione.

In questi campioni le ossa possono accumularsi più o meno gradualmente nel tempo e, nella maggior parte dei casi, sono costituite da diversi elementi scheletrici, provenienti da numerosi animali. Il campione osteologico proveniente dal pozzetto presenta invece caratteristiche che solo apparentemente lo accomunano ad un normale accumulo di resti di pasto ma che a un attento esame sembrano peculiari di un deposito di natura cultuale:

  • Alcune specie come il bue e il cane presentavano una selezione degli elementi anatomici abbastanza inusuale,
  • erano presenti animali insoliti come la civetta,
  • infine l’elevata percentuale i 357 resti ossei di pollo costituivano poco più del 65% dei resti determinati e appartenevano ad almeno 71 individui: 13 adulti, 2 subadulti, 18 giovanili e 37 neonati di resti di pollo (il 70% dei resti degli animali domestici abitualmente consumati), abbastanza inusuale per il periodo considerato, e a loro ripartizione nelle diverse classi d’età. La maggior parte dei resti di pollo (circa l’80%) appartiene infatti a individui giovanissimi se non appena nati.

Se il complesso faunistico, nel suo insieme, lascia ipotizzare una qualche funzione cultuale di questa struttura ipogea più arduo rimane stabilire a quale culto fosse collegata. Il pollame infatti era uno degli animali più di frequente usati negli auspicia e in sacrifici e riti di purificazione, inoltre questo animale, nella mitologia grecoromana, era sacro a una moltitudine di divinità: a Zeus, ad Asclepio, ad Apollo, ad Atena, a Latona, ad Ares, a Ermes e ad Eracle.

Giovenale riporta inoltre che era sacrificato ai Lari (Giovenale, 13, 233: Laribus cristam promittere galli). L’uso di sacrificare galli è infine caratteristico di un’altra religione di origine orientale ampiamente diffusasi nel mondo romano: il culto del Dio Mitra. Infatti durante l’esplorazione sistematica del Mitreo situato nell’area della Crypta Balbi si rinvennero ossa animali strettamente connesse ai sacrifici che vi si svolgevano. I resti faunistici provengono da alcune UUSS che rappresentano diverse deposizioni all’interno del Mitreo stesso susseguitesi in un arco cronologico inquadrabile tra il momento di utilizzazione vera e prorpria della struttura intorno al III secolo e la sua definitiva distruzione nel IV secolo d.C. In sintesi in Italia le prime attestazioni di questo uccello domestico risalgono al VIII secolo a.C. specie come offerte funerarie delle sue carni o di uova.

Fino a tutto il III secolo a.C. i resti di pollo sono se,pre abbastanza sporadici, solo dal pieno periodo romano si ha una più ampia diffusione dell’allevamento del pollame anche se questo non incide mai in modo particolare sull’alimentazione. Per quanto riguarda la taglia, sembra cogliersi inveceun leggero aumento delle dimensioni dalla fine del periodo imperiale a tutto quello tardo-antico.

Vengono infine esaminati alcuno contesti cultuali in cui il pollame sembra svolgere un ruolo determinante nei riti.